L’IMPORTANZA DI ESSERE MOTIVATI

Orientati
18 luglio 2017

“L’importante è che sei motivato!”, quante volte avete sentito questa frase da parenti e amici?
Che poi, può facilmente tradursi in “non credo tu sia portato o capace per fare questa cosa” oppure “non troverai mai lavoro studiando tal cosa” ma “se sei motivato, ok.”

Sì, grazie dell’acuto suggerimento. Ma cos’è la motivazione? Nasce spontaneamente come le carote sotto terra?

Bene. Cerchiamo di fare chiarezza.

La motivazione, innanzitutto, non è un concetto solo nel mondo e fine a se stesso, ma è l’insieme dei processi di attivazione e di orientamento del comportamento verso la realizzazione di un determinato scopo e include aspetti biologici, cognitivi e sociali.

Un bel po’ di roba quindi.

Sappiamo bene che l’essere umano ha una serie di bisogni biologici da soddisfare che lo spingono ad agire, bisogni primari e prettamente fisiologici e bisogni secondari come il bisogno di stima e di autorealizzazione.

Ma la faccenda ovviamente non è così semplice. Se bastassero il bisogno primario di cibo oppure il bisogno secondario di autorealizzazione per essere felici, ci accontenteremo tutti di una qualunque professione pur di comprare un panino o saremmo tutti dei lavoratori soddisfatti e io non sarei qui a scrivere.

Tralasciando il discorso che non tutto dipende da noi e dalla nostra personalissima motivazione, cercherò brevemente di spiegarvi come funzioniamo secondo l’approccio cognitivista, in modo da renderci consapevoli, almeno in minima parte, di quello che tutti i giorni facciamo per migliorarci la vita o per autosabotarci.

Secondo l’approccio cognitivista, la motivazione è il prodotto di pensieri, valutazioni, aspettative e scopi dell’individuo. L’attenzione si sposta quindi sui sistemi di elaborazione di informazione attraverso cui le persone valutano l’ambiente e attribuiscono valore a sé, agli eventi o gli oggetti.

La motivazione quindi non appartiene solo alla sfera biologica ma si declina anche nella capacità di individuare degli scopi e di pianificare delle mosse per raggiungerli.

Questa teoria parte dalla considerazione che ognuno di noi, quando deve compiere una scelta, tende a preferire l’opzione che crede sia più vantaggiosa rispetto alle proprie aspettative.

Per spiegare questo processo, il Dott. Atkinson nel 1964, parlò di tendenza al successo e ipotizzò l’intervento di diversi fattori nella motivazione e nella scelta di un compito/obiettivo.

Quali sono questi fattori?

  • Il livello di aspirazione;

  • La valutazione della probabilità di successo;

  • L’importanza dell’incentivo.

Il livello di aspirazione corrisponde a ciò che l’individuo si propone di raggiungere. Per cui ad esempio, se per voi l’importante è “l’esame di matematica basta passarlo e chissenefrega”, se prendete 18 sarà un successone.

Ovviamente il livello di aspirazione dipende anche dalle probabilità di successo. Se per me svolgere un esercizio di matematica è come lavare i denti, aspirerò a più di 18. Tale probabilità sarà chiaramente più alta quanto più è semplice il compito.

L’importanza dell’incentivo a sua volta è strettamente legata alla difficoltà del compito/obiettivo. Se riesco a superare matematica, che per me è un esame davvero complicato, sarò ancora più contento!

Possiamo individuare così due tipologie di personaggi:

  • Le persone caratterizzate da un’alta tendenza al successo, saranno propense a scegliere compiti/obiettivi di media difficoltà, che pur essendo impegnativi possono essere portati a buon fine. Trascureranno compiti molto facili, dove l’incentivo è cioè pari a zero, e compiti molto difficili, in cui la probabilità di successo è minima.

  • Le persone tendenti invece a evitare l’insuccesso sceglieranno al contrario compiti molto semplici, in cui il successo è assicurato, o paradossalmente molto difficili, perché in questo caso l’insuccesso può essere giustificato dalla difficoltà stessa del compito e non da una propria incompetenza.

L’ultimo caso è un esempio di autosabotaggio che ci procuriamo con le nostre stesse mani.

Si sa che in fondo ci vogliamo bene e la nostra autostima soffre se ci addossiamo la colpa dei fallimenti, molto meglio dire che “il professore ce l’aveva con me” , “il compito era super difficile”, “la sera prima dell’esame c’era il compleanno di Pinco Pallino e mi hanno fatto bere, maledetti!”…ecc…

Talvolta, quindi, sabotiamo le nostre opportunità di successo creandoci impedimenti ed ostacoli che rendono meno probabile il raggiungimento dello scopo.

Tutto questo per raggiungere in realtà uno scopo più alto, ossia proteggere noi stessi.

Quando l’immagine di sé è legata alle prestazioni, può essere sminuente impegnarsi a fondo e fallire piuttosto che procrastinare e trovare una scusa preconfezionata. Se non si ha successo mentre si è ostacolati in qualche modo, ci si può sempre aggrappare a un senso di competenza, mentre se si riesce comunque ad avere successo anche in condizioni avverse, questo non può che “ringalluzzirci”.

Con questa nuova consapevolezza e senso di fratellanza, per la serie “siamo tutti un po’ scemi”, potete ora fermarvi un attimo prima di farla grossa e chiedervi se davvero ne vale la pena. Già il mondo si impegna molto ad ostacolarci, direi che è il momento di dire “NO!” all’autosabotaggio, quando non è strettamente necessario, e “SI” al rimbocchiamoci le maniche.

Forza ragazzi e MOOVES!

Ilaria Fusco
Web Editor - Psicologa

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